Un interessante, e a tratti… inquietante, colloquio con il giornalista, scrittore, saggista e imprenditore ticinese
di Mara Zanetti Maestrani
Lei sarà tra gli oratori invitati all’evento „Ul Palazi si illumina“ che, con un ciclo di conferenze pubbliche, si svolgerà a Malvaglia fra giugno e settembre (vedi Voce di Blenio, maggio 2026). In questa occasione venerdì 28 agosto alle 18.00 parteciperà a una conferenza/conversazione dal titolo: “L’intelligenza artificiale e noi” nella quale parlerà delle opportunità e delle sfide date dall’arrivo dirompente dell’intelligenza artificiale (IA) nelle nostre vite e nella nostra società. Fin dagli anni ’90, lei è stato tra i pionieri del giornalismo digitale svizzero, contribuendo alla creazione delle prime piattaforme di notizie online del Paese.
Ci racconti di lei: chi è Bruno Giussani e cosa fa nella vita?
Sono nato Faido nel 1964, sono – per così dire – “uno della regione”. Abito da sempre a Faido, pur viaggiando e lavorando in tutta la Svizzera e all’estero. Ho studiato Scienze politiche a Ginevra. Già prima degli studi universitari mi interessavo al giornalismo. Ricordo un aneddoto di quegli anni legato alla figura del compianto fotografo di Airolo Giuliano Giulini. Solitamente onnipresente, a un evento in Leventina, Giulini non era comparso; io avevo il mio apparecchio fotografico, scattai delle foto e le portai alla redazione dell’allora Giornale del Popolo. Il giorno dopo, con piacere, vidi pubblicata una delle foto col mio nome. Avrò avuto 17 anni, andavo alla scuola di Commercio a Bellinzona, e la mia traiettoria nel giornalismo cominciò lì. Iniziai a collaborare al GdP, più tardi ne diventai redattore. Poi andai a lavorare per il settimanale romando l’Hebdo – purtroppo scomparso – che nel 1994 mi inviò come corrispondente a New York. Ed è stato proprio in America che scoprii l’Internet. Passai così dal giornalismo diciamo politico a quello tecnologico, ma sempre con uno sguardo sociologico: la tecnologia mi interessa prima di tutto per i suoi impatti, buoni o meno buoni che siano. Ho scritto molto su questo tema per tanti anni, su giornali ticinesi e collaborando anche con giornali svizzeri ed esteri (come il New York Times, La Repubblica o la Neue Zürcher Zeitung, ndr). Ancora oggi mi occupo di tutta quell’ampia costellazione che ha a che fare con la comunicazione, il giornalismo, la cultura e la tecnologia. Ho anche co-fondato con alcuni amici ticinesi due aziende, Tinet, il primo provider Internet ticinese, e Tinext, tuttora attiva. Tra il 2003 e il 2004 ho fatto una pausa studi all’università di Stanford (nel cuore della Silicon Valley, ndr) e li sono entrato in contatto con la fondazione TED, una organizzazione no-profit statunitense dedicata alla diffusione di idee attraverso conferenze e video, noti come TED Talks; ho iniziato a lavorare con loro e ne sono stato il direttore europeo per circa un ventennio. Oggi scrivo, faccio podcasts e parlo di temi legati alla tecnologia, ai suoi impatti sociali, culturali, politici e economici. Proprio recentemente ho avuto occasione di parlarne nello stesso giorno dapprima con degli apprendisti, poi con un gruppo di pensionati; due conversazioni molto interessanti.
Ci parli del suo ultimo libro dal titolo intrigante “La mente sotto assedio; Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’IA” (Edizioni Casagrande).
È nel contempo un “campanello d’allarme” e un tentativo di mettere un po’ d’ordine nelle mille informazioni che ci giungono a proposito della presenza sempre più marcata nelle nostre vite di tecnologie digitali, come lo smartphone, i social, e appunto l’intelligenza artificiale. Il libro è scritto volutamente in modo molto accessibile, spiega concetti e contesti, racconta storie e aneddoti, ed invita i lettori ad avere sempre uno spirito critico, autonomo, nei confronti di queste tecnologie. Non a rifiutarle – nessuna tecnologia, una volta inventata, può essere disinventata – ma ad approcciarvisi in modo cosciente, non ingenuo. Tanti pensano che lo smartphone sia semplicemente un apparecchio con uno schermo. Ebbene no! È un portale verso un mondo che non vediamo, molto sofisticato, con aziende che capitalizzano miliardi e persone pagate per inventare modi per tenerci incollati allo schermo. Dietro quest’ultimo c’è una sofisticata architettura volta a influenzare e sorvegliare. Il lato inquietante è che gli smartphones esistono da quasi 20 anni, ma in tutto questo tempo ancora non abbiamo imparato a gestirli. Oggi, con l’arrivo dell’IA, è veramente necessario cercar di capire cosa sono davvero queste tecnologie.
Come consiglia di approcciarsi ad esse? Come usare o non usare l’intelligenza artificiale?
Solo pochi anni fa quasi nessuno parlava di IA. Tre anni e mezzo fa, ecco che appare ChatGPT, un sistema nuovo, attrattivo, affascinante. E poco dopo tutti i suoi fratelli e sorelle, gli altri cosiddetti “chatbots”. E da allora non si parla quasi d’altro. L’IA suscita giustamente molto interesse ma anche molte preoccupazioni. Dobbiamo tutti compiere uno sforzo per capire cos’è. Quella di cui si parla molto è un tipo specifico, l’IA “generativa”. In grado di generare, appunto, testi e conversazioni, codice informatico, immagini e video. Ma ci sono altri tipi di IA che sono già molto presenti nella nostra vita, e che apportano dei veri benefici: pensiamo alle IA che leggono le radiografie a scopo medico, quelle che ottimizzano le reti di telefonia mobile o i processi industriali, quelle usate nella modellizzazione della meteo o del clima. Ma è l’IA generativa che è al centro di tutte le conversazioni. Perché a una macchina capace di darci l’impressione di qualcosa di magico. Inserisco un paio di istruzioni, e in un paio di secondi esce la bozza di una lettera di una pagina che sembra scritta da un umano. Per la prima volta nella storia ci si impiega meno tempo a “scrivere” un testo che a leggerlo! È qualcosa di quasi irresistibile. L’IA generativa consente, se vogliamo, di delegare a una macchina lo sforzo di imparare, di scrivere, di riassumere, di ricercare, di decidere. Di pensare.
Molta gente ha adottato immediatamente l’IA…
Sì: studenti e insegnanti, gente comune e professionisti. L’elemento dell’“aiuto produttivo” apporta un beneficio immediato. Ma comporta molti problemi e soprattutto un rischio a lungo termine, più deleghiamo il pensiero, o la scrittura, alla macchina, meno saremo capaci di pensare, o di scrivere. I ricercatori chiamano questo fenomeno “debito cognitivo”, ossia la perdita graduale di capacità. Stiamo vivendo attraverso una sorta di svolta. siamo confrontati a molte domande veramente difficili, quasi vertiginose, da “come usare queste tecnologie senza farsi usare da esse” fino – e questa la prendo in prestito da Papa Leone che ha appena scritto un’enciclica sul tema – fino a chiedersi come cambiamo noi umani quando adottiamo tecnologie che possono imitare il nostro pensiero.
… e allora, come vede il futuro della nostra società?
È veramente necessario prendere coscienza e conoscenza di queste tecnologie. Dobbiamo imparare a usarle in modo efficace ma ciò non basta: dobbiamo anche capire perché e come sono fatte; capire chi le controlla, sapere dove sono state sviluppate. È uno sforzo importante, ma necessario. Puoi guidare tranquillamente un’automobile imparando la tecnica di guida senza sapere nulla di cosa c`è nel cofano. Ma una tecnologia che imita il pensiero umano è una cosa radicalmente diversa, mette in gioco tutto, capacità cognitive, cultura, democrazia, relazioni, libertà, la nostra capacità di capire il mondo.