Diario di viaggio di Massimo Maffioli, Malvaglia
85’000 euro di montepremi, oltre 3’600 giocatori, 56 nazioni… e tre ticinesi presenti! Solo a scorrere i numeri dell’edizione 2026 del Grenke Chess Open viene la pelle d’oca. Non stupisce che si presenti modestamente come il “biggest chess tournament in the world!”.
Quando, a fine gennaio, Giacomo Zecirovic (Biasca) – a sua volta stuzzicato da Francesco Tedone (Lugano) – mi lanciò l’idea di andare a Karlsruhe per il lungo fine settimana di Pasqua, l’accolsi con curiosità ma senza darci troppo peso. Rimase sospesa per settimane, come un pezzo indeciso sulla scacchiera, finché a inizio marzo abbiamo fatto la cosa più semplice: smettere di pensarci e iscriverci.

Costretti entrambi a saltare il primo turno del giovedì, il mattino del Venerdì Santo varcammo finalmente le porte della Schwarzwaldhalle e l’immagine che ci si presentò davanti aveva qualcosa di impressionante e, per certi versi, intimidatoria: una distesa quasi infinita di tavoli e scacchiere in legno, ordinate come un esercito silenzioso pronto alla battaglia.
Ogni turno veniva aperto da musica a tutto volume, che si dissolveva bruscamente in un silenzio quasi irreale all’annuncio “Runde frei”. Restava un brusio sottile: lo sfiorare nervoso dei pezzi, il click degli orologi premuti, il fruscio dei vestiti, il cigolio delle sedie, i passi misurati.
Tra le migliaia di scacchiere si riconoscevano anche alcuni grandi nomi della scena internazionale: Carlsen, Nepomniachtchi, Aronian, Niemann, Keymer… Vederli giocare da vicino faceva un effetto particolare: da un lato sembravano irraggiungibili, quasi figure mitologiche; dall’altro, osservati a pochi metri, restavano sorprendentemente umani, immersi negli stessi silenzi e negli stessi rituali di tutti noi.

In parallelo, si sviluppava il mondo degli streamer: giocatrici e giocatori di ogni categoria e provenienza che avevano trasformato il torneo in una trasmissione continua. Smartphone tra pezzi e orologi, powerbank sempre collegati e luci ad anello che illuminavano le scacchiere come piccoli set improvvisati. Ogni partita diventava anche contenuto, racconto, spettacolo.
Sul piano sportivo, il torneo si è confermato duro, lungo e incredibilmente equilibrato. Due turni al giorno, ritmo serrato e pochissimo spazio per rifiatare. In un contesto del genere bastava una valutazione imprecisa o un calcolo lasciato a metà per trasformare una posizione giocabile in una situazione irreparabile. Più che le grandi mosse, erano spesso le incertezze minime a decidere il risultato finale. Più il torneo avanzava, più la fatica mentale e quella fisica sembravano alimentarsi a vicenda.
Per quanto mi riguarda, non sono riuscito a capitalizzare le opportunità che si sono presentate. In più occasioni ho raggiunto posizioni promettenti, ma ogni esitazione è stata puntualmente punita. Col passare dei turni si è creato un circolo negativo difficile da spezzare. Il torneo si è chiuso in modo amaro, nelle parti basse della classifica, molto lontano da quello che avrebbe potuto essere.

Giacomo, invece, ha interpretato il torneo con grande solidità, chiudendo con 4.5 punti su 8. Il punteggio racconta solo in parte il suo percorso: alcune vittorie sono state brillanti e spettacolari, ottenute con cinismo e sangue freddo contro avversari più quotati. Nel complesso ha confermato la crescita e la stabilità che sta costruendo da tempo, mostrando una maturità competitiva sempre più evidente.
Nell’Open B, Francesco ha vissuto un torneo dai due volti. Un avvio complicato, con mezzo punto nelle prime tre partite contro avversari sulla carta meno quotati, sembrava averlo messo in difficoltà. Ma la reazione è stata netta: nei restanti sei incontri ha raccolto 5.5 punti, ribaltando completamente l’inerzia del torneo e chiudendo con un risultato decisamente positivo.
Il Grenke Chess Open resta un’esperienza memorabile. Non è solo un torneo, ma un’immersione totale nel mondo degli scacchi, capace di lasciare addosso una stanchezza profonda e, allo stesso tempo, una voglia immediata di ricominciare. A renderlo speciale non sono solo le partite, ma anche ciò che gli ruota attorno: dal continuo pellegrinaggio di giocatori che si riversavano davanti ai tavoli dei big come fossero concerti improvvisati, fino ai corridoi pieni di analisi, racconti e finali rivissuti mossa dopo mossa.
Viene naturale la domanda finale: tornare l’anno prossimo? Una risposta affermativa non è da escludere. Perché al di là del risultato resta la sensazione rara di aver vissuto qualcosa di unico: migliaia di persone parlano la stessa lingua fatta di mosse, idee, tensione e bellezza. E una volta respirata quell’atmosfera, è difficile non volerla vivere di nuovo.