Tre esperti analizzano il clima 2026, caratterizzato da siccità e temperature ampiamente sopra la media anche in Valle
di Samantha Ghisla*

Estate 2026. Arriva una notifica sul telefono. È l’app di MeteoSvizzera: l’allerta canicola di livello 3 viene prolungata di almeno un’altra settimana. È successo più volte negli scorsi mesi, anche in zone che normalmente vengono risparmiate da lunghe ondate di caldo. Non è stata la prima volta, ed è possibile affermare che non sarà nemmeno l’ultima. Luca Nisi, meteorologo di MeteoSvizzera, ci aiuta a interpretare alcuni dati che hanno caratterizzato un anno eccezionale. Potremmo definirlo unico? “Si tratta di una situazione straordinaria per quanto riguarda temperature e siccità, analogamente a quanto avvenuto nel 2003 e anche nel 2022, che finora era considerata la seconda estate più calda dopo quella di inizio millennio”, risponde. Le proiezioni a livello svizzero stimano +3,1 gradi rispetto alla temperatura media del periodo 1991-2020 (temperatura media); a sud delle Alpi +2,8 gradi. Difficile però affermare che si sia trattato dell’estate più calda in assoluto, essendo molto simile a quella del 2003.
Una condizione che non è arrivata del tutto inaspettata, in realtà. “Quando inizia l’estate con condizioni di siccità marcata come successo quest’anno, è molto probabile che le temperature salgano verso l’alto. Se il terreno è umido, una parte dell’energia solare fa evaporare l’acqua dal suolo e quindi c’è meno calore a disposizione per riscaldare gli strati bassi dell’atmosfera e quindi per l’aumento delle temperature. In quel caso l’atmosfera risulta più umida e afosa, ma il termometro non sale in modo esagerato. Il caldo torrido come quello dell’estate 2026 è invece caratterizzato da temperature alte e un clima secco”, spiega il meteorologo.
Due lunghi periodi canicolari
Ripercorrendo i mesi di giugno, luglio e agosto 2026, MeteoSvizzera precisa che circa il 70% delle giornate sono risultate canicolari sotto i 600 metri di altitudine. In particolare abbiamo vissuto due periodi canicolari prolungati. Il primo iniziato il 16 giugno, con un’interruzione il 1° luglio, poi proseguito fino al 18 luglio. “La prima fase di questo periodo è stata molto umida e afosa, la seconda era invece caratterizzata dal favonio, quindi più calda e secca”, precisa Luca Nisi. Dopo una settimana di tregua, da fine luglio al 19 agosto si è registrato un nuovo periodo canicolare molto lungo e relativamente umido. Un’intensa estate che, climaticamente, si è fatta sentire già a fine maggio, quando la primissima canicola – e la più precoce di sempre, fa notare l’esperto – ha assediato il Ticino tra il 25 e il 28 maggio. Ad Acquarossa già in quel momento abbiamo vissuto quattro giornate tropicali, con temperature massime comprese tra 30 e 31,5 gradi.
Sud delle Alpi: record 2026 a Biasca
Il record per tutto il sud delle Alpi si è però verificato un paio di mesi dopo, il 30 luglio, vicinissimo alla Valle di Blenio. Si tratta dei 39,2 gradi raggiungi a Biasca, solo mezzo grado in meno del record a livello federale toccato a Basilea lo stesso giorno. Non un record assoluto, ma poco ci mancava, se si ripensa a quando nel 2003 la colonnina di mercurio aveva raggiunto i 41,5 a Grono, valore finora mai più raggiunto in Svizzera. “Va però sottolineato che la stazione di misurazione di Biasca è relativamente recente e non possiamo quindi sapere con certezza quanti gradi di massima siano stati raggiunti nel 2003. Probabilmente erano vicini al record toccato in Mesolcina”, aggiunge Luca Nisi. Per quanto riguarda le misurazioni ufficiali in Valle di Blenio, il picco è stato registrato ad Acquarossa il 5 agosto 2026 con 35,4 gradi (un paio di gradi in meno rispetto al record toccato qui l’11 agosto 2003 di 37,5). Se è vero che non sempre quando c’è canicola alle basse quote, arriva fino in valle, ad Acquarossa nel secondo periodo canicolare prolungato temperature di 34 o 35 gradi sono state raggiunte per diverse giornate di fila.
Notti tropicali o quasi
E di notte, come si dormiva nella Valle del Sole? “Ufficialmente le notti tropicali (ovvero con temperatura minima maggiore o uguale a 20 gradi) sono state 3, mentre a Biasca sono state 12”, risponde l’esperto. Valori che sembrano contenuti in confronto al Ticino centro-meridionale, dove ne sono state registrate una cinquantina: un nuovo record. Il meteorologo sottolinea: “Il caldo dell’estate ha fatto notizia con le temperature massime, ma anche le minime sono state molto elevate. Le vallate alpine approfittano del fatto che sono lontane dai laghi e quindi la massa d’aria è più secca, ma anche di qualche temporale in più che si sviluppa e alla discendenza notturna dai versanti delle montagne di aria più fresca durante la notte. Biasca è un ottimo esempio. Nonostante il caldo elevato durante il giorno, il numero di notti tropicali è decisamente inferiore rispetto a stazioni a Locarno, Lugano o del Piano di Magadino. Va però detto che ci sono state una quindicina di notti in valle con valori di 18 o 19 gradi, quindi molto vicine alla soglia della notte tropicale. Numeri importanti rispetto alla norma”.
Canicola non fa rima con temporali
Oltre alle temperature, a far parlare di sé è stata anche la siccità, iniziata già nella prima parte dell’anno. “Durante i periodi canicolari la struttura dell’atmosfera è poco propensa a sviluppare dei temporali. Ma questo è compensato dalla presenza di montagne. L’aria calda sale lungo i versanti e riesce talvolta a sviluppare delle
cellule temporalesche. Perciò abbiamo registrato diversi temporali a nord di Biasca o sopra le creste delle montagne, alcuni dei quali hanno raggiunto in un secondo momento il fondovalle – spiega Luca Nisi -. Possiamo affermare che la Valle di Blenio quest’anno ha avuto tanti temporali rispetto ad altre zone del Ticino”. Uno in particolare è da menzionare. Ad Acquarossa il 25 giugno sono caduti 69,8 millimetri di pioggia in un’ora; 21,7 litri per metro quadrato in 10 minuti. Un record dall’inizio delle misurazioni nel 1988 e con un periodo di ritorno superiore ai 100 anni.
Guardando all’autunno
Ci siamo rivolti a MeteoSvizzera anche per sapere cosa ci riserverà il futuro a breve e a lungo termine. “Le previsioni per l’autunno mostrano che c’è una maggiore probabilità che le temperature rimarranno sopra la norma, anche se non si sa ancora di quanto. Ciò non impedisce di avere singole ondate di freddo”, risponde il meteorologo, e aggiunge: “Difficile stimare le precipitazioni, anche se avendo il Mar Mediterraneo toccato e superato a livello superficiale i 30 gradi, c’è un’importante evaporazione e molta umidità in gioco. Se avremo correnti che riescono a portare quell’umidità sulle nostre regioni, potrebbero esserci importanti precipitazioni autunnali”. In generale le piogge abbondanti fanno parte del clima alpino, continua Luca Nisi, ma con l’atmosfera e il Mediterraneo sempre più caldi, il quantitativo d’acqua è in aumento e con esso l’intensità delle precipitazioni.
Cambiamenti climatici
A medio e lungo termine emerge che le temperature sono destinate al rialzo a tutte le quote, anche nelle vallate alpine. “Più o meno velocemente dipenderà dagli sforzi che verranno intrapresi per diminuire le emissioni. Di certo le soglie canicolari verranno raggiunte a quote sempre più alte. La temperatura media del 2003 e del 2026 con le misure di mitigazione accordate a livello internazionale significa per la Svizzera ipotizzare un aumento rispetto alla media di 4,9 gradi entro la fine del secolo. L’anomalia estiva potrà essere frequentemente simile a quella di quest’anno”. In un futuro più o meno lontano, quindi, la temperatura media dell’estate 2026 diventerà la normalità e sarà possibile aspettarsela ogni due anni invece che ogni 20 com’era attualmente. Sul fronte della siccità c’è invece un cauto ottimismo. “Gli scenari mostrano che il quantitativo di precipitazioni diminuirà del 20%, quest’anno invece il deficit è decisamente maggiore. Il 2026 resterà un’eccezione”. L’ottimismo però è cauto. “Nuovi studi scientifici mostrano che in futuro il problema non sarà la carenza di precipitazioni, bensì le elevate temperature che faciliteranno l’evaporazione dell’acqua dal terreno. La siccità sarà causata sempre più da una condizione termica più che da una carenza di precipitazioni”, conclude Luca Nisi.
“Il bosco sta soffrendo”
Intervista a Daniele Barra, a capo dell’Ufficio forestale 3° circondario (Distretto di Blenio)
Che conseguenze ha avuto l’estate 2026 per il bosco in Valle di Blenio?
Com’era possibile osservare anche a occhio nudo, il bosco ha sofferto e sta soffrendo la siccità soprattutto nei versanti molto esposti al sole, quelli con un terreno superficiale o in roccia. Lo si è notato in particolare nella Bassa Valle, sul versante di Semione e Ludiano, che già in agosto appariva ingiallito. Si tratta di una conseguenza diretta della siccità, ovvero del fatto che le radici non riescono ad avere sufficiente acqua e nutrimenti.
Cosa succede di preciso agli alberi in queste situazioni?
Le latifoglie cominciano a perdere le foglie come se fosse autunno, perché stanno vivendo una fase di stress. Si tratta di un meccanismo di protezione che entra in gioco quando la pianta vive un’estrema crisi. Quante piante sopravvivranno l’anno prossimo non lo sappiamo ancora. Diverso il discorso per le resinose, che restano verdi a meno che non siano attaccate dal bostrico, che peraltro prolifera in ambienti caldi e umidi. Soprattutto l’abete rosso è una pianta che soffre molto la siccità; solamente l’anno prossimo potremo vedere le conseguenze di questa annata terribile per la vegetazione.
È un insieme di cause, come l’assenza di acqua in determinati periodi, le temperature elevate e la canicola precoce. I primi giorni di caldo anomalo si sono verificati a maggio, quando le piante sono in una fase molto delicata in cui stanno fiorendo e fruttificando. In quel momento hanno quindi subìto un importante stress che non si è mai attenuato fino a settembre. Inoltre, alcune piante ben mature e nel pieno della loro forza non hanno avuto risorse idriche e nutrizione sufficienti. Ovviamente dipende molto dalla zona e dal substrato dove vegetano. Va inoltre ricordato che quando non piove da tempo è come se il terreno diventasse idrorepellente e in seguito l’acqua scivola via faticando a penetrare. Servirebbero quindi piogge continue non troppo forti per diversi giorni di seguito.
La siccità purtroppo è anche causa di incendi, anche se da noi non sono stati vasti come in Francia, Spagna o nel sud Italia…
È bene ricordare che l’unica causa naturale degli incendi sono i fulmini, e ciò avviene tipicamente d’estate. Gli altri incendi sono tutti causati dall’uomo ed è per questo che in periodi critici è ormai prassi l’introduzione del divieto di accendere fuochi all’aperto. In Ticino quest’estate abbiamo avuto un’elevata frequenza di fulmini che hanno causato molti incendi. Ciò richiede un grande dispendio di risorse umane e finanziarie. Rispetto a zone pianeggianti, gli incendi che si sviluppano nelle nostre regioni sono più complessi da estinguere, poiché spesso avvengono in aree impervie raggiungibili solo con l’elicottero. Un esempio è quello verificatosi il 16 agosto sopra Olivone, per il quale è stato necessario impiegare fino a tre elicotteri sull’arco di due giorni.
Tornando al bosco in valle, come vi state preparando al futuro?
Per quanto riguarda la siccità, ci stiamo occupando di fare una catalogazione delle zone che denotano una problematica così da potere capire gli effetti futuri dell’estate 2026. In generale, già da anni stiamo valutando possibili scenari su come si evolverà il bosco nei prossimi 50 anni. L’istituto di ricerca federale WSL promuove infatti delle piantagioni test (sei in Ticino tra cui una in Val Malvaglia) dove vengono piantate varie specie di tipi genetici diversi per capire quali potranno contrastare meglio le sfide climatiche future.
Come possiamo immaginare che cambieranno le aree boschive?
Le piante apparentemente non si spostano ma a lungo andare cambiano luogo cercando le aree per loro ottimali. È probabile che alcune specie si sposteranno più ad alta quota, come ad esempio il faggio che soppianterà l’abete rosso. Ipotizziamo che nel 2080 quest’ultimo non sarà più predominante nelle aree attualmente di suo dominio incontrastato. In compenso, forse, lo ritroveremo nella zona del Lucomagno al posto del pino cembro, che a sua volta troverà altri spazi. Ad inizio ‘900 il limite del bosco a sud delle Alpi era di circa 1800-2000 metri di altitudine, attualmente si è alzato a circa 2000-2200 metri. Nei pressi della cima del Simano, quasi a quota 2400, sono apparsi i primi piccoli abeti e larici che con non poca difficoltà stanno colonizzando questi aspri territori. Tra 100 anni troveremo anche a queste quote elevate boschi fitti di resinose che, quale unica consolazione del riscaldamento climatico, popoleranno vasti comparti attualmente privi di vegetazione.
Le conseguenze sul permafrost
Dal bosco che è sotto gli occhi di tutti, a un elemento che pochi conoscono, anche perché si trova sottoterra, il permafrost. Il nome si riferisce a terreno (o roccia) che si mantiene a una temperatura uguale o inferiore a 0 °C per almeno due anni. È composto da più strati: il sottosuolo non congelato è la base, ricoperta dal corpo (perennemente congelato), il tetto e lo strato attivo, ovvero quello che scongela e ricongela stagionalmente. Stando ai dati 2016, occupa il 9.4% della superficie del Cantone Ticino, ovvero 265 km2 (a titolo di paragone 5,4 volte il Lago di Lugano), pari a circa 55 volte la superficie dei (pochi) ghiacciai che sopravvivono nelle nostre montagne. Un fenomeno molto più esteso rispetto al resto della Svizzera. È presente principalmente oltre i 2’500 metri di altitudine nel nord del Ticino, Valle di Blenio compresa, dove viene monitorato a livello cantonale e federale.
Un fenomeno sotto la lente
Tra coloro che lo studiano e monitorano, c’è Cristian Scapozza, professore in geomorfologia applicata e responsabile del Centro competenze cambiamento climatico e territorio della SUPSI. A lui abbiamo chiesto il motivo per cui è così importante tenerlo controllato, soprattutto alla luce dell’aumento delle temperature. “La degradazione del permafrost ha un effetto sulla stabilità dei versanti. Più esso si riscalda, più la temperatura del terreno si avvicina allo zero e più si deforma – spiega -. Spesso si pensa che il permafrost sia come un collante che tiene insieme le montagne, e il fenomeno di continuo congelamento e scongelamento rende friabile il terreno. Non è proprio così. È il ghiaccio stesso che favorisce i movimenti e l’instabilità è massima quando la temperatura sale e si avvicina a -0,5, come succede quando si verificano episodi canicolari”.
Non si tratta di effetti che si riscontrano immediatamente. Trovandosi il tetto del corpo del permafrost tra 3 e 10 metri di profondità, potrebbe risentire di un’ondata di caldo con un ritardo di diversi mesi. E gli effetti dell’estate 2026 potranno essere misurati soltanto nel corso dell’autunno, spiega il ricercatore. Intanto, il calore continuerà a penetrare nel terreno. “In generale, più fa caldo, più lo strato superficiale che fonde e poi ricongela diventa spesso. Quando il suo spessore diventa significativo rispetto al corpo congelato sottostante, questo strato può avere la tendenza a scivolare via”, spiega Cristian Scapozza.
L’inverno non basta a compensare
Quel che finora è certo, è che l’estate estremamente calda ha aumentato la fusione e a metà agosto la situazione era simile a quella che normalmente si riscontra a metà/fine settembre, ovvero un mese dopo. “L’estate eccezionale si è verificata in un anno idrologico già particolare, con un inverno poco innevato e una situazione di partenza per ghiacciai e permafrost con poca neve a fine primavera e inizio estate. Per quanto riguarda le riserve di neve per i ghiacciai, a livello svizzero si sono esaurite già il 29 giugno scorso, quindi in anticipo di alcuni mesi rispetto al solito”, viene sottolineato dal professore.
Tornando al permafrost, le misure in corso da circa vent’anni mostrano un aumento a livello cantonale di +0,7 gradi al decennio. C’è modo di invertire la tendenza? “Un inverno nevoso può ritardare il momento in cui il calore inizia a entrare nel terreno. Ma quando è presente tanta neve, al momento della sua fusione avremo tanta acqua che ha la tendenza a riscaldare il terreno. Paradossalmente, per il permafrost, sono quasi meglio inverni poco nevosi in cui il terreno può perdere calore; la neve è invece isolante. Purtroppo però il calore che viene disperso d’inverno non compensa quello che viene incamerato d’estate”, continua Scapozza. Insomma, anche se ad alta quota l’estate dura poco, incide parecchio su tutto il resto dell’anno.
Sempre più frane e crolli
Tra le conseguenze dirette del riscaldamento del permafrost vi sono frane e crolli, eventi che vengono inventariati per studiare la diffusione del fenomeno. Un esempio concreto è stata la caduta di massi che ha colpito, ferendoli, tre alpinisti sull’Adula attorno a metà agosto. “Eventi di questo genere aumenteranno in frequenza e in intensità”, precisa il nostro interlocutore. Si tratta di crolli prevedibili? “Nei casi di importanti movimenti come le grandi frane di Bondo o Blatten, solitamente avviene un monitoraggio della parte instabile. Diverso il discorso di eventi piccoli, molto difficili da prevedere, anche se grazie ai nostri studi possiamo definire se una parete è più o meno suscettibile al crollo. Non è però dato sapere se crollerà davvero e, soprattutto, quando”, aggiunge.
*giornalista