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La Scuola Alpina festeggia 20 anni

Foto di Leonardo Azzalini Foto di Leonardo Azzalini
Foto di Leonardo Azzalini

di Leonardo Azzalini*

Vent’anni sono forse abbastanza per guardarsi indietro e riconoscere una strada percorsa, ma non sono ancora abbastanza per sentirsi arrivati. La Scuola Alpina nasce ufficialmente a Olivone nel 2006, come progetto educativo della Fondazione Alpina per le Scienze della Vita (FASV), e da allora ha continuato pazientemente a mettere radici, a mutare e a interrogarsi. A distanza di due decenni, colpisce ancora la lungimiranza di quell’intuizione: ovvero immaginare che in Alta Valle di Blenio scienze, educazione e territorio potessero incontrarsi e nutrirsi reciprocamente e in modo stabile.

Le Alpi come laboratorio vivente

I modi con cui percepiamo il contesto alpino possono essere differenti a seconda delle sensibilità di ognuno: per alcune persone sono luoghi dove vivere e lavorare, per altri invece sono luoghi da attraversare temporaneamente per andare magari a sciare, a caccia, in vacanza, o semplicemente a spasso. Ma le possibilità non si fermano qui. Le montagne sono al tempo stesso sistemi idrogeologici di enorme rilevanza, spazi per la produzione di energia elettrica, per il turismo, per lo sviluppo e il mantenimento del settore agricolo, per l’ispirazione e la produzione artistica, oltre che un importante hotspot di biodiversità per flora, fauna, funghi e microbi. Questo fa sì che si prestino per noi come veri e propri archivi viventi, luoghi privilegiati nei quali cercare di comprendere e riconoscere la bellezza e, al contempo, la fragilità di questi equilibri peculiari.

Le nostre montagne non sono soltanto spazi, selvatici o semplicemente “naturali”. Sono luoghi intensamente abitati, lavorati e trasformati da secoli e, in molti contesti, da millenni, dove soprattutto negli ultimi duecento anni diverse trasformazioni e infrastrutture hanno modificato il patrimonio in modo inedito. Oggi le regioni di montagna sono inoltre attraversate sempre più intensamente da nuovi flussi e continui movimenti: capitali, tecnologie, persone, informazioni. Questi portano con sé anche nuove maniere di abitare spazi che soprattutto un tempo abbiamo imparato a pensare come marginali rispetto ai centri urbani.

Al contempo, in questi scenari geologici apparentemente immobili, dobbiamo imparare a fare fronte a trasformazioni epocali, di carattere climatico e ambientale. In Svizzera osserviamo estati sempre più calde e tendenzialmente più secche, precipitazioni intense che aumentano in frequenza e intensità e una diminuzione della neve, mentre il ritiro accelerato dei ghiacciai rende queste trasformazioni visibili persino nel paesaggio. Anche i ritmi di vita di animali e piante subiscono conseguenze importanti: alcune specie stanno modificando la propria distribuzione lungo i gradienti altitudinali, spostandosi verso quote più elevate quando mobilità e habitat disponibili lo permettono, in risposta al mutare delle condizioni ambientali.

È per questo che la Valle di Blenio, dalla Greina alla Legiuna, non è soltanto lo sfondo delle nostre attività: ma diventa la nostra aula preferita e, in un certo senso, anche un interlocutore. E questa può essere l’occasione per chiedersi cosa abbiamo imparato, e quali idee abbiamo potuto realizzare assieme.

Imparare a leggere le montagne

Studiare con attenzione un territorio significa prima di tutto cercare di capire “da dove veniamo”; questo è forse indispensabile per poter decidere che strade si vogliono intraprendere per il futuro.

Un falcetto, una gerla, una ricetta per un piatto o un rimedio, una vecchia foto, un toponimo o una sorgente non sono solo i resti di un mondo andato perduto: rivelano invece rapporti sociali, conoscenze particolari, modi di leggere le stagioni, cosmologie attraverso cui ci si orientava nello spazio e nel tempo. Il patrimonio in questo frangente ci interessa non solo in chiave nostalgica, ma come un vero e proprio strumento per interpretare il presente e provare a immaginare quali possibilità desideriamo conservare per il futuro.

Vivere in mezzo ad una natura come quella che troviamo qui nei dintorni non significa necessariamente essere ancora in grado di leggerla. Nelle ultime generazioni, infatti, l’esperienza diretta a contatto con piante, animali, coltivazioni, attrezzi, stagioni e processi ecologici si è progressivamente erosa anche nelle regioni montane: la prossimità geografica, da sola, non garantisce necessariamente familiarità con ciò che ci circonda. Per giovani e meno giovani ci auspichiamo quindi la possibilità di creare occasioni in cui il territorio può essere incontrato, osservato, interpellato e studiato. Questo può essere uno dei nostri punti di forza.

Ad esempio: per conoscere una pianta non è sufficiente saperle dare un nome. Bisogna chiedersi con chi convive, da chi dipende, quali usi ne abbiamo fatto e cosa potrebbe succedere se ad un tratto sparisse. Riallacciare le relazioni con altre forme di vita, di ieri e di oggi, potrebbe significare proprio questo: decentrarsi almeno un poco dal nostro punto di vista e ricordarsi che non siamo né i primi né gli ultimi che vivranno in questi luoghi.

In tal senso, parlare di decolonizzare la nostra maniera di abitare il territorio significa mettere in discussione l’idea che l’ambiente in cui viviamo possa essere posseduto e che possa essere organizzato e consumato secondo bisogni esclusivamente umani, senza riconoscere i limiti e le interdipendenze con le altre forme di vita.I nostri immaginari legati agli spazi montani sono fondamentali, e qui il nostro progetto può offrire uno spazio di mediazione importante: perché la montagna del contadino, della biologa, del turista, del cacciatore, della bambina o dell’abitante che si è appena trasferito non è mai esattamente la stessa. Mettere in relazione questi sguardi può essere un primo passo per comprenderli.

La nostra funzione educativa è infatti complementare e, quando serve, compensativa rispetto a quello che la scuola, l’università, l’amministrazione, i musei, le associazioni e il settore privato possono fare singolarmente. Non per sostituirli, ma per lavorare negli interstizi, nelle zone di contatto: dove discipline, generazioni ed esperienze differenti possono incontrarsi con maggiore libertà.

Cerchiamo di coltivare una pedagogia radicata, mantenendo la capacità di lavorare con bambini e accademici, famiglie, anziani e docenti. Cercando il più possibile di rendere accessibile la complessità del nostro contesto territoriale senza necessariamente impoverirla.

Un’infrastruttura di conoscenza

In questi vent’anni attorno alla Scuola Alpina si è formata una rete su vari livelli: abitanti della Valle, scuole, associazioni, Comuni, Cantone, università, fondazioni e altri partner d’Oltralpe. Una cordata fatta da persone competenti e sensibili, nella quale la componente femminile ha contribuito in maniera decisiva alla nostra cultura scientifica ed educativa.

Quando ho accettato di raccogliere il testimone di questo progetto, ho ereditato molto di più di un catalogo di attività, trovando un’intuizione lungimirante e la responsabilità di darle continuità. Portarla avanti non è stato finora, e certamente non sarà, sempre semplice. Ma mi considero privilegiato nel poter collaborare con colleghi e partner sul territorio tanto appassionati quanto validi. E questo rende sicuramente più piacevole il cammino.

Uno dei prossimi passi è quello di rendere ancora più riconoscibile la nostra funzione: consolidare in Valle un centro di competenze scientifiche, ambientali e patrimoniali, capace di osservare il contemporaneo con i suoi cambiamenti, di raccogliere dati e memorie, di sostenere la ricerca e la formazione, nonché di mettere in dialogo chi studia il territorio, chi lo governa e chi lo vive nel quotidiano. Non tanto per centralizzare la conoscenza, ma per creare un contesto nel quale possa circolare nel modo più fertile possibile.

Una scuola per il territorio, insomma, dovrebbe aiutare una comunità a conoscere meglio i luoghi che abita, a raccontarli e a discutere collettivamente come desidera trasformarli.

Vent’anni sono allora un buon punto dal quale osservare i sentieri percorsi… prima di riprendere la salita.

*geografo, responsabile della Scuola Alpina

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